L’attenzione all’ambiente e ai cambiamenti climatici è da anni al centro delle politiche nazionali di molti paesi. Tale impegno internazionale è iniziato formalmente il 1997, a seguito della sottoscrizione del Protocollo di Kyoto da parte di un numero considerevole di paesi, nell’ambito della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici. Tale protocollo ha l’obiettivo della riduzione complessiva delle emissione di gas serra del 5,2% rispetto al 1990, anno di riferimento, entro il 2012. Con l’entrata in vigore del protocollo gli stati firmatari hanno dovuto adeguarsi, promovendo politiche economiche in grado di permettere il raggiungimento degli obiettivi prefissati.
L’Unione Europea ha preso molto seriamente la questione dei cambiamenti climatici e la riduzione dei gas serra, assumendo un ruolo guida a livello internazionale e adottando piani di riduzione delle emissioni ancora più ambiziosi. Nel dicembre del 2008, infatti, i leader dell’UE hanno approvato un pacchetto di misure per l’abbattimento delle emissioni, finalizzato a ridurre di almeno il 20% i gas ad effetto serra entro il 2020 (rispetto ai livelli del 1990), portare la quota dell’utilizzo delle energie rinnovabili al 20% e diminuire il consumo complessivo di energia del 20%.
Lo strumento utilizzato per produrre la riduzione delle emissioni è il sistema dei “carbon credit” (strumenti finanziari derivanti dagli accordi di Kyoto), il cui obiettivo è quello di bloccare l’aumento di emissioni di biossido di carbonio e successivamente ridurle.
Il funzionamento del sistema del carbon credit prevede che un’autorità nazionale o sovranazionale definisca un valore massimo di emissioni di CO2 che possono essere emesse nell’atmosfera a livello globale. Questo valore viene diviso e ripartito sotto forma di “diritti di emissione” tra stati e aziende, con l’impegno di emettere CO2 in quantità pari o inferiore alle quote assegnate. Se uno stato o una azienda superano la propria quota sono obbligati ad acquistare dei crediti da coloro che, invece, sono stati più virtuosi e che hanno emesso minore anidride carbonica rispetto alla quota a loro disposizione, potendo quindi vendere le proprie eccedenze, sotto forma di carbon credit (1 credito equivale ad 1 tonnellata di CO2 neutralizzata).
Proprio grazie a questo meccanismo si sono sviluppati alcuni mercati delle emissioni a livello regionale. Il più grande e avanzato è lo European Union Emission Trading Scheme (EU ETS), il mercato istituito nel 2005 dall’Unione Europea per portare avanti la propria lotta contro i cambiamenti climatici. Tale sistema di scambio di quote di emissione premia le imprese che riducono le emissioni di anidride carbonica (CO2) e penalizza quelle che superano i limiti consentiti.
Il sistema riguarda circa 12.000 tra fabbriche e impianti responsabili di quasi la metà delle emissioni di CO2 prodotte dall’UE. Riguarda, cioè, ad oggi prevalentemente le industrie ad alta intensità energetica, come le centrali elettriche o gli impianti siderurgici. Nel prossimo futuro (2012 -2013) il sistema sarà esteso, però, anche ad altri settori, comprese le linee aeree e il comparto petrolchimico, e ad altri gas serra (come l’ossido di azoto). Progressivamente la UE prenderà sempre maggiore controllo sulla gestione delle quote, lasciando sempre meno spazio all’autonomia nazionale, e aumentando progressivamente i settori coinvolti. Il numero dei permessi concessi sarà, infine, ridotto nel tempo per ridurre le emissioni totali. Nel 2020 le emissioni dovranno, infatti, essere 21% più basse che nel 2005.
Le aziende hanno, perciò, due possibilità: ridurre le proprie emissioni di CO2 spontaneamente, migliorando l’efficienza dei propri impianti o sfruttando le fonti di energia alternative anziché quelle fossili, oppure acquistare quote di emissione.
E’ importante, quindi, che le aziende abbiano coscienza della propria carbon footprint (impronta di carbonio) per poter attivare azioni conseguenti.
Il carbon footprint è, infatti, un indicatore ambientale capace di descrivere la pressione delle attività umane sulle risorse naturali, in base all’area complessiva degli ecosistemi terrestri e acquatici a disposizione dell’essere umano.
Qualsiasi attività economica produce emissioni di gas clima-alteranti ed ha un impatto sull’ambiente circostante. L’ecosistema è in grado di assorbire fino ad un certo di livello di emissioni. Oltre tale livello invece i gas serra si accumulano producendo effetti devastanti sull’ambiente e sul clima.
Per calcolare l’impatto del consumo di risorse e del grado di assorbimento dei rifiuti prodotti, vengono convertite le attività umane in tonnellate equivalenti di anidride carbonica, e vengono rapportate alle quantità di terra o di mare, ecologicamente produttivi, necessarie per assorbire le tonnellate di CO2 emesse. Per eseguire questi calcoli sono stati messi a punto software in grado di calcolare il carbon footprint delle varie attività umane. Ne esistono diversi, spesso anche molto specifici a seconda delle applicazioni, proprio perché il calcolo è necessariamente complesso considerando tutte le variabili coinvolte e l’intero ciclo di utilizzo dei prodotti.
Poiché il totale di terra o mare a disposizione è una quantità fissa, è necessario ridurre le emissioni, in particolare dei paesi industrializzati (che hanno un carbon footprint molto più elevato delle terre e dei mari a loro disposizione), per ridurre l’impatto sull’ecosistema affinché le attività umane siano sostenibili per l’ambiente.
Per ridurre le emissioni, le parole d’ordine sono innovazione, ricerca ed investimenti nelle nuove tecnologie. E’ opportuno, infatti, scegliere quelle tecnologie in grado di ridurre i consumi e l’impatto sull’ambiente, considerando con attenzione tutto il ciclo di vita dei prodotti. Spesso, infatti, si tende a sottovalutare alcuni aspetti dei componenti e dei prodotti, non considerandone il reale impatto sull’ambiente. Un esempio su tutti sono gli oli lubrificanti industriali, ad oggi per la stragrande maggioranza di origine minerale. Tali oli, usati nelle macchine e dispositivi industriali e nell’autotrazione, producono un forte impatto sull’ambiente durante tutto il loro ciclo di utilizzo, dalla produzione allo smaltimento. Inoltre, spesso le macchine riempite con olio lubrificante registrano delle perdite, e tali quantità di olio permangono nell’ambiente, danneggiando flora e fauna, poiché sono tossici e nocivi.
L’utilizzo, invece, di oli lubrificanti biodegradabili high-tech, come per esempio l’olio Panolin (made in Svizzera), permette notevoli benefici ambientali, sia perché non permangono nell’ambiente in caso di perdite, poiché vengono degradati dai batteri presenti nel terreno e nell’acqua, sia perché registrano performance migliori. Durano, infatti, molto di più degli oli minerali e si ossidano molto più lentamente. Ciò permette di ridurre l’impatto ambientale dovuto al cambio e allo smaltimento dell’olio esausto e soprattutto permette di ridurre i consumi di energia delle macchine nelle quali vengono inseriti, con una conseguente sensibile riduzione dei costi complessivi di utilizzo degli impianti e delle emissioni di CO2. Un concetto di sostenibilità che l’azienda svizzera ha denominato “Green Machine”.
E’ questa la strada che necessariamente le aziende, pubbliche e private, dovranno scegliere di percorrere: adottare prodotti e processi in grado di produrre migliori performance nel medio – lungo periodo, e quindi avviare una progressiva riduzione dei consumi e del costo complessivo delle attività considerando tutte le variabili in gioco, tra cui in primis quelle ambientali.